Ecate dal cielo. I tre volti della pioggia in Puglia tra XIX e XX secolo
Impermeabili “Pirelli” in una pagina della Gazzetta di Puglia, 7 novembre 1926.Pubblicità
dedicata all’alluvione.
SOUTH RISK
From data collection to monitoring intervention. A southern history
Impermeabili “Pirelli” in una pagina della Gazzetta di Puglia, 7 novembre 1926.Pubblicità
dedicata all’alluvione.
Apulia siticulosa? Facendo ricorso a questa locuzione, Orazio (Epodi, 3, 16) consegnò
all’immaginario collettivo il
profilo di una terra arida, assetata, incapace di abbeverare sé stessa. E, in effetti, la Puglia
è stata spesso
descritta come regione condannata dalla scarsità d’acqua. La memoria popolare ha reinterpretato
e cercato di governare
quella condizione mediante pratiche rituali, ingenue forse, ma di straordinaria persistenza.
Saverio La Sorsa
(1877-1970), folklorista e professore presso il Regio Istituto Tecnico di Bari “Pitagora”,
trattando di Pregiudizi
astrologici, meteorologici e calendaristici, scriveva: «ogni città ha il suo Patrono a
cui ricorrere per aver la
pioggia; ed oltre a preghiere, litanie, fiori, si offrono panini benedetti, figurine, spari di
mortaretti» (Rassegna e
Bollettino di Statistica del Comune di Taranto, 28, 11-12, 1959, pp. 1-15: p. 7).
Non meno pittoresca fu la soluzione alla Scarsezza delle pioggie nella Puglia piana
(Bari, [s.e.], 1793) proposta da
Michele Ventrelli (1767-1810). Il medico barese fantasticò di costruire torri altissime per
trattenere le nubi e
costringerle a rovesciarsi in acqua. Un’idea che oscillava tra la provocazione e l’utopia, ma
che mostrava quanto
allarmante e urgente fosse la questione idrica al Meridione. Allo stesso tempo, a Ventrelli non
era estranea l’altra
faccia del problema. L’aridità – sosteneva – manteneva sani gli abitanti della Puglia, mentre
precipitazioni copiose
avrebbero portato malattie e disagi.
Perché la pioggia, in Puglia, non è mai stata solo un dono celeste: a volte ha assunto i toni
della meraviglia, altre ha
aperto il varco al buio della catastrofe. Di tanto in tanto, ha assunto colori inaspettati. Il
10 aprile del 1901 la
pioggia tinse di rosso i petali e le foglie nel giardino della casa di Cosimo De Giorgi
(1842-1922), medico di
Lizzanello e direttore dell’Osservatorio Meteorologico di Lecce – uno dei più antichi del Tacco.
L’uomo raccolse e
analizzò i grani caduti dal cielo. Li osservò al microscopio e vi scorse minuscoli esseri
animali: diatomee e altri
microorganismi che non potevano certo provenire dai deserti africani, come più spesso si era
creduto. Quella pioggia,
concluse, spirava da zone oceaniche o dai Balcani, le cui terre, ricche di resti organici, il
vento aveva sollevato e
sospinto fino al Salento. Così, un fenomeno che per secoli aveva alimentato il mito delle
“piogge di sangue” trovò una
spiegazione meno esotica.
Le piogge che si abbatterono sulla regione, però, non sortirono solo stupore. Causarono
distruzione. Bari lo sperimentò
più volte, soprattutto in autunno, quando i cieli di novembre si gonfiano d’acqua. Le cronache
cittadine ricordano con
terrore le alluvioni che colpirono la città nella prima metà del Novecento, sommergendo strade,
case, officine, e
lasciando dietro di sé fango, macerie, vittime. Le targhe ancora visibili al confine tra i
quartieri Murat e Libertà,
con incisi i livelli raggiunti dalle acque nel 1905, nel 1915 e nel 1926, sono testimoni
silenziosi di quelle tragedie.
Di fronte al doppio volto della pioggia – meravigliosa e terribile – la Puglia non rimase
inerme. Alla dimensione del
rito e alla fatalità dell’evento si aggiunse, dall’Ottocento in poi, la ricerca scientifica. Nel
1884, sul lastrico
solare del Palazzo Ateneo, nacque l’Osservatorio meteorologico di Bari, annesso al Regio
Istituto Tecnico e Nautico
cittadino. Da lì, strumenti di precisione – barometri, termografi, pluviometri – registravano
ogni oscillazione
atmosferica. Le osservazioni quotidiane, trasmesse all’Ufficio centrale di meteorologia a Roma,
trasformavano il
disordine del cielo in serie ordinate di numeri e grafici.
Le pubblicazioni negli annuari dell’Istituto testimoniano questa nuova stagione. Dopo
l’interruzione della Grande
Guerra, le serie meteorologiche ripresero a essere stampate negli anni Venti, assieme ai
rapporti del fisico Amedeo
Nobile. Nei suoi disegni, schemi, curve, salta all’occhio il picco improvviso delle
precipitazioni, il balzo delle
percentuali, la cronaca muta di strade sommerse e vite sconvolte. Il temporale diveniva cifra,
l’acqua calamità ma anche
oggetto di conoscenza, quindi passibile di gestione.
È in questa tensione – tra siccità e piena, tra meraviglia e scienza, tra memoria popolare e
registrazione tecnica – che
si inscrive la storia dell’acqua in Puglia. Una storia che non appartiene al passato remoto:
l’ultima grande alluvione
di Bari, nel 2005, ha ricordato quanto fragile resti la città sotto lo schiaffo della pioggia.
La sezione della mostra
qui presentata invita a ripercorrere questa vicenda, dalle piogge meravigliose alle piogge
distruttive, fino alla loro
osservazione, registrazione e interpretazione scientifica. Una triade – meraviglia, catastrofe,
scienza meteorologica –
che racconta non solo l’acqua, ma la capacità (e l’illusione) degli uomini di governarla: per
capire, prevenire,
sopravvivere.
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Francesco Paolo de Ceglia & Stefano Daniele