La Rete di Telerilevamento Sismico dello Stretto di Messina: dall’analogico al digitale
La storia della Rete di Telerilevamento Sismico dell’Istituto Geofisico e Geodetico
dell’Università di Messina
rappresenta uno dei casi più significativi dell’evoluzione tecnologica applicata al monitoraggio
sismico in Italia. La
rete nasce tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, quando i progressi
della microelettronica
resero possibile superare il modello tradizionale del sismografo monolitico, permettendo
l’installazione di sensori
distribuiti sul territorio e collegati telemetricamente a una sede centrale.
Il passaggio cruciale fu l’adozione dei sensori elettromagnetici di velocità, come il Willmore
MKIII, che sostituirono i
precedenti pendoli meccanici. Tali trasduttori, sensibili a una singola direzione del moto del
suolo, costituivano la
base delle prime stazioni periferiche installate a Messina, Ganzirri, Tremestieri, Martino e
Cannitello. I segnali
generati venivano trasformati in una sottoportante udibile, modulata in frequenza, che poteva
essere trasmessa tramite
radio UHF fino alla sede dell’Osservatorio. L’esigenza di posizionare le stazioni su
affioramenti rocciosi, lontano dal
rumore antropico e con linee radio dirette verso l’istituto, testimonia la cura ingegneristica
necessaria nella
realizzazione di una rete completamente analogica. Il sistema di registrazione, affidato al
sofisticato registratore
Racal Geostore a 14 tracce, garantiva stabilità e precisione eccezionali. L’uso di batterie in
tampone e accorgimenti
meccanici per ridurre il “wow and flutter” rendevano possibile un funzionamento continuato anche
in assenza di
alimentazione elettrica. I segnali registrati su nastro magnetico erano poi demodulati e
riportati su carta tramite
oscillografi ad alta risoluzione, permettendo analisi temporali accurate per la localizzazione
degli epicentri. In
questa fase, la sincronizzazione temporale era assicurata dal segnale radio DCF77, derivato da
uno standard al cesio,
che garantiva l’allineamento delle basi tempi di tutte le reti sismiche italiane ed europee.
A partire dalla metà degli anni Ottanta, la rete iniziò una profonda trasformazione verso il
digitale. Il primo passo fu
l’introduzione del convertitore analogico-digitale LeCroy, collegato a un IBM AT. La
digitalizzazione dei segnali
analogici teletrasmessi consentì di creare archivi su disco rigido e di effettuare analisi in
ampiezza e frequenza
impossibili con il solo analogico. Parallelamente, il numero delle stazioni aumentò fino a
undici, coprendo un’area
estesa tra Messina, Reggio Calabria e l’Aspromonte. Le nuove stazioni digitali ospitavano terne
di sismometri orientati
lungo le tre componenti ortogonali del moto del suolo, migliorando sensibilità e
accuratezza.
Negli anni Novanta la rete raggiunse la sua configurazione più avanzata, come mostrato nello
schema riportato nella
documentazione: un sistema integrato con trasmissione radio, digitalizzazione locale,
sincronizzazione continua DCF77 e
archiviazione centralizzata basata su hard disk e videoregistratori modificati. La rete,
denominata RSSM, rappresentò un
modello di riferimento nazionale per robustezza, autonomia e continuità operativa. Con l’inizio
degli anni 2000, la
centralizzazione dell’acquisizione dati da parte dell’INGV rese sempre più complessa la
manutenzione delle reti locali e
la RSSM fu gradualmente dismessa nel 2003.
Essa rimane oggi una testimonianza cruciale dell’evoluzione della sismologia strumentale
italiana: un passaggio
culturale e tecnologico che ha condotto dalla meccanica analogica alla registrazione digitale,
anticipando
l’architettura delle reti sismiche moderne.
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Antonino Marino, Domenica De Domenico, Maria Teresa Caccamo, Salvatore Magazù
Bibliografia
Biondo, G, & Sacchi, E. (1983). Manuale di elettronica e telecomunicazioni. Milano:
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Bottari, A., et al. (1985). Studio preliminare dello sciame sismico del maggio 1985 nello
Stretto di Messina.
Bottari, A., et al. (1993). Ampliamento ed ammodernamento della Rete Sismica di Messina.
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