L’incisione è tra le prime testimonianze visive e interpretative del fenomeno aurorale osservato dall’Italia. Sguario
tenta di spiegare l’aurora attraverso i principi della meccanica newtoniana, riflettendo lo spirito dell’Illuminismo,
teso a conciliare meraviglia e razionalità. Sebbene rare alle latitudini meridionali, le aurore boreali hanno da sempre
suscitato stupore, timore e curiosità, alimentando l’interesse scientifico, artistico e letterario. A Napoli, le
osservazioni di questi eventi sono documentate dal XVI al XX secolo, rivelando il fascino che tali luci celesti
esercitavano sulla società e sulla comunità scientifica.
Le aurore, o luci polari, sono causate dall’interazione tra le particelle cariche emesse dal Sole e i gas dell’atmosfera
terrestre. Durante i periodi di intensa attività solare, in particolare nei massimi del ciclo undecennale, le eiezioni
di massa coronale possono proiettare plasma verso la Terra. Se dirette verso il nostro pianeta, queste particelle
penetrano il campo magnetico e si dirigono verso i poli, dove eccitano atomi di ossigeno e azoto nella parte alta
dell’atmosfera (tra 80 e 500 km), generando fasci di luce colorata. Per essere visibili da Napoli, le tempeste solari
devono essere particolarmente intense, capaci di illuminare uno strato atmosferico molto esteso. Da qui, guardando verso
nord, è possibile scorgere la parte più alta dell’aurora, spesso caratterizzata da bagliori rossi dovuti alla
diseccitazione dell’ossigeno ad alta quota.
Tra le testimonianze settecentesche, spicca quella di Francesco Serao, professore di anatomia e medicina e segretario
dell’Accademia delle Scienze fondata da Celestino Galiani, che descrisse con precisione l’aurora del 16 dicembre 1737 in
una lettera inviata a Galiani. Un secondo avvistamento, il 29 marzo 1739, fu registrato dalla Reale Paggeria di Napoli,
dove Francesco Maria Pertusio dirigeva un piccolo osservatorio frequentato da Felice Sabatelli e dai suoi studenti. Le
prime spiegazioni scientifiche si consolidarono nel 1741, quando Anders Celsius e Olof Hiorter associarono le variazioni
dell’ago magnetico all’influenza delle aurore, introducendo il concetto di tempesta geomagnetica. Jean-Jacques Dortous
de Mairan, nel Traité physique et historique de l’aurore boréale (1733 e 1754), confermò la natura polare del fenomeno,
attribuendolo però a vapori atmosferici, escludendo cause elettriche o magnetiche. Nel 1778, Benjamin Franklin ipotizzò
che le aurore fossero generate da cariche elettriche concentrate nelle regioni polari, intensificate da neve e umidità.
Queste teorie, nate da osservazioni rare e sorprendenti come quelle napoletane, mostrano come i fenomeni celesti abbiano
stimolato una ricerca scientifica diffusa e interdisciplinare.
___Clementina Sasso
Bibliografia
D’Aragona, N.M. (1741). “An Account of Red Lights, on Dec. 5. 1737. as observed (at Naples) by the Prince of Cassano,
F.R.S. and by him sent in a Letter to the President: Translated from the Italian by T. S. M.D. F.R.S.”, Philosophical
Transactions of the Royal Society of London, 41(459), pp. 583-586.
Di Martino, P. (1738). Philosophiae naturalis institutionum libri tres, vol. 3. Neapoli: excudebat Felix Carolus Mosca: sumptibus Cajetani Eliae.
Sasso, C., Gargano, M. & Olostro Cirella, E. (2025). “The Northern Lights in Naples: An Insights from Science, History
and Art,” in Magazù, S. & Caccamo, M.T. (eds.), Rischio Sud: dalla raccolta dati agli interventi di monitoraggio e
prevenzione dei rischi. Una storia del Sud. Messina: Accademia Peloritana dei Pericolanti. (in press)
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