Nel XIX secolo la comprensione delle aurore boreali si arricchì di nuove prospettive scientifiche e artistiche,
segnando una crescente consapevolezza del legame tra attività solare e fenomeni atmosferici terrestri. A Napoli le
osservazioni di aurore si moltiplicarono, dando vita a testimonianze che intrecciano rigore scientifico, sensibilità
estetica e partecipazione sociale.
Un episodio emblematico fu l’aurora del 1848, osservata dall’Osservatorio di Capodimonte e ritratta da Salvatore
Fergola, pittore della Scuola di Posillipo. Fergola realizzò due versioni del fenomeno, documentando le diverse fasi con
colori intensi e raggi di luce che sovrastano le campagne a nord-ovest dell’osservatorio. Nel secondo dipinto, una
piccola edicola votiva e un gruppo di persone raccolte in preghiera testimoniano la reazione emotiva suscitata
dall’evento. Il capitano di fregata Mario Patrelli, direttore del Reale Osservatorio di Marina, ne offrì una descrizione
tecnica, contribuendo alla registrazione dell’evento.
La divulgazione scientifica si unì alla narrazione popolare attraverso le voci di Ernesto Capocci e Annibale de
Gasparis, che raccontarono l’aurora sui giornali locali. Capocci descrisse “una zona cremisi” che si estendeva per 180°
sull’orizzonte, con ombre trasparenti che lasciavano intravedere le stelle. Capocci invitò i napoletani a interpretare
il fenomeno con curiosità scientifica, senza ricorrere a superstizioni.
Le sue riflessioni ebbero risonanza internazionale: nei Comptes Rendus de l’Académie des Sciences fu elogiato per la
sensibilità poetica, pur con riserve sulla sua ipotesi che il chiarore lunare durante le eclissi potesse derivare da
aurore terrestri. Nel Monthly Notices, la sua teoria sull’origine comune di aurore, meteoriti e comete fu discussa da
Thomas Galloway, che ne apprezzò l’originalità pur sottolineando la necessità di conferme sperimentali.
La satira napoletana accolse l’evento con estro comico: sulla rivista L’Arlecchino, l’aurora divenne allegoria teatrale
e politica, tra negozianti celesti, repubbliche rosse e budini incendiati. In contrasto, la risposta clericale fu
severa: la rivista Verità e Libertà accusò Capocci di aver definito “superstiziosa costernazione” la reazione popolare
all’aurora del 1737, difendendo il ruolo del clero e criticando l’astronomo per non aver fornito spiegazioni
rassicuranti.
L’interesse per la “connessione Sole-Terra” si consolidò grazie agli studi di Angelo Secchi, che nel volume Le Soleil
ipotizzò influenze magnetoelettriche continue tra il Sole e la Terra. Il 1 settembre 1859, Richard Carrington osservò un
forte brillamento solare, correlato ad aurore visibili anche a basse latitudini e a guasti telegrafici globali. Secchi
osservò il fenomeno da Roma, mentre a Napoli non si registrarono avvistamenti in quella data. Tuttavia, il 12 ottobre
1859, Patrelli documentò un’aurora boreale dal Reale Osservatorio di Marina, visibile per 43 minuti. Questi episodi
testimoniano come, nell’Ottocento, Napoli fosse parte attiva di una rete di osservazione e interpretazione dei fenomeni
celesti, in cui arte, scienza e società si incontravano nello splendore del cielo.
___Clementina Sasso
Bibliografia
Chinnici, I. & Gargano, M. (2018). “L’aurora boreale osservata a Napoli”, in Chinnici I. (a cura di), Tra cielo e terra:
l'avventura scientifica di Angelo Secchi. Napoli: Arte’m, p.27.
Patrelli, M. (1848). “Relazione dell’aurora boreale osservata in Napoli la sera del 17 novembre 1848 dall’Osservatorio
Astronomico della Reale Marina”, Rendiconto delle adunanze e de’ lavori dell'Accademia napolitana delle scienze, 7, pp.
383-388.
Patrelli, M. (1859). “Relazione dell’aurora boreale osservata la sera del 12 ottobre 1859 dal Reale Osservatorio di
Marina di Napoli”, Annali civili del Regno delle due Sicilie, 67, pp. 158.
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