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SOUTH RISK

From data collection to monitoring intervention. A southern history

Ecate dal Cielo
Università di Bari Aldo Moro

L’argine della lama Picone danneggiato dall’alluvione

Gazzetta di Puglia, martedì 9 novembre 1926, p. 3

Ringraziamenti: Roberta Ranieri, Università di Bari Aldo Moro, per aver segnalato la foto

L’argine spezzato. Lama Picone e la città di carta


Tecnicamente, la lama Picone non è un fiume. È, come tutte le lame della Conca di Bari, un solco scavato nel tempo, per lo più asciutto, capace però di trasformarsi in torrente quando, soprattutto in autunno, il cielo si illividisce e le piogge diventano insistenti. Non a caso, lo storico francese Fernand Braudel definì il clima mediterraneo un «motore a due tempi»: mesi di siccità assoluta e, d’improvviso, la piena che scardina la terra e trascina via tutto. La fotografia dell’argine crollato nel 1926 mostra il momento in cui quel fragile confine tra città e natura cedette.
Eppure le lame non erano affatto invisibili alla legge. Già il Regio Decreto del 1865, e poi quello del 1904, le aveva riconosciute come alvei pubblici, soggetti a controllo e vigilanza idraulica. Ma la norma, come spesso accade, non bastò a fermare la febbre edilizia. A fine Ottocento, soprattutto il quartiere Libertà si allungò proprio in prossimità della lama Picone: case operaie, strade strette, servizi carenti. Un’espansione che ignorava gli avvertimenti del Genio Civile e del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, i quali, nel 1867, avevano denunciato l’urgenza di correggere il deflusso idrico e bonificare la palude di Marisabella, nelle cui vicinanze il quartiere sorgeva.
Così, quando l’argine del Picone rovinò, l’acqua sorprese un quartiere fragile, cresciuto dentro un alveo che la città aveva finto di dimenticare. La lama, apparentemente silenziosa, tornò a gorgogliare. All’indomani dall’esondazione, gli ingegneri stessi non furono concordi sulle cause del disastro. Pio Alberto Nencha parlò di catastrofe annunciata: se l’alluvione «non produsse i danni di quest’ultima [scil. verificatasi nel 1915] fu perché l’abitato non aveva ancora invaso, come oggi, il letto del torrente». D’altro canto, Gaetano Valente, più indulgente, parlò di un torrente «addormentato», quasi rimosso dalla memoria collettiva. Due posizioni che rivelano più le esitazioni politiche che la realtà dei fatti.
Dopo il disastro, si ricorse a grandi opere: l’allargamento della lama Picone di oltre trenta metri, la deviazione più a ovest della lama Lamasinata, la canalizzazione di altri corsi d’acqua considerati pericolosi. Misure imponenti, ma tardive, che curavano i sintomi più che la malattia: una crescita urbana caotica, incapace di rispettare la geologia del territorio.
Il crollo dell’argine del Picone nel novembre del 1926 resta allora il simbolo di una frattura più profonda: quella tra la città che cresceva in fretta e il suo paesaggio naturale, che nessuna illusione tecnica poteva cancellare.

___Stefano Daniele & Francesco Paolo de Ceglia

Bibliografia

  • Bonelli, R., Fratino, U. & Romano, L. (2010). “Il complesso rapporto tra la città di Bari e le lame, uno sguardo al passato per un diverso futuro”, in SIGEA Bari, Atti del Convegno “Geologia Urbana di Bari ed Area Metropolitana”. Alatri: Tipolitografia Acropoli, pp. 26–32.
  • Nencha, P. A. (1905). “Il torrente Picone ed il Piano Regolatore della città di Bari”, Rassegna tecnica pugliese: periodico mensile del Collegio degli ingegneri e degli architetti pugliesi, 4(5), pp. 77–83.
  • Valente, G. (1905). “Il torrente Picone ed il Piano Regolatore della città di Bari”, Rassegna tecnica pugliese: periodico mensile del Collegio degli ingegneri e degli architetti pugliesi, 4(4), pp. 49–61.
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