L’argine spezzato. Lama Picone e la città di
carta
Tecnicamente, la lama Picone non è un fiume. È, come tutte le lame della Conca di Bari, un solco
scavato nel tempo, per
lo più asciutto, capace però di trasformarsi in torrente quando, soprattutto in autunno, il
cielo si illividisce e le
piogge diventano insistenti. Non a caso, lo storico francese Fernand Braudel definì il clima
mediterraneo un «motore a
due tempi»: mesi di siccità assoluta e, d’improvviso, la piena che scardina la terra e trascina
via tutto. La fotografia
dell’argine crollato nel 1926 mostra il momento in cui quel fragile confine tra città e natura
cedette.
Eppure le lame non erano affatto invisibili alla legge. Già il Regio Decreto del 1865, e poi
quello del 1904, le aveva
riconosciute come alvei pubblici, soggetti a controllo e vigilanza idraulica. Ma la norma, come
spesso accade, non bastò
a fermare la febbre edilizia. A fine Ottocento, soprattutto il quartiere Libertà si allungò
proprio in prossimità della
lama Picone: case operaie, strade strette, servizi carenti. Un’espansione che ignorava gli
avvertimenti del Genio Civile
e del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, i quali, nel 1867, avevano denunciato l’urgenza
di correggere il deflusso
idrico e bonificare la palude di Marisabella, nelle cui vicinanze il quartiere sorgeva.
Così, quando l’argine del Picone rovinò, l’acqua sorprese un quartiere fragile, cresciuto dentro
un alveo che la città
aveva finto di dimenticare. La lama, apparentemente silenziosa, tornò a gorgogliare.
All’indomani dall’esondazione, gli
ingegneri stessi non furono concordi sulle cause del disastro. Pio Alberto Nencha parlò di
catastrofe annunciata: se
l’alluvione «non produsse i danni di quest’ultima [scil. verificatasi nel 1915] fu perché
l’abitato non aveva ancora
invaso, come oggi, il letto del torrente». D’altro canto, Gaetano Valente, più indulgente, parlò
di un torrente
«addormentato», quasi rimosso dalla memoria collettiva. Due posizioni che rivelano più le
esitazioni politiche che la
realtà dei fatti.
Dopo il disastro, si ricorse a grandi opere: l’allargamento della lama Picone di oltre trenta
metri, la deviazione più a
ovest della lama Lamasinata, la canalizzazione di altri corsi d’acqua considerati pericolosi.
Misure imponenti, ma
tardive, che curavano i sintomi più che la malattia: una crescita urbana caotica, incapace di
rispettare la geologia del
territorio.
Il crollo dell’argine del Picone nel novembre del 1926 resta allora il simbolo di una frattura
più profonda: quella tra
la città che cresceva in fretta e il suo paesaggio naturale, che nessuna illusione tecnica
poteva cancellare.
___Stefano Daniele &
Francesco Paolo de Ceglia
Bibliografia
Bonelli, R., Fratino, U. & Romano, L. (2010). “Il complesso rapporto tra
la città di Bari e le lame, uno sguardo al
passato per un diverso futuro”, in SIGEA Bari, Atti del Convegno “Geologia Urbana di Bari ed
Area Metropolitana”.
Alatri: Tipolitografia Acropoli, pp. 26–32.
Nencha, P. A. (1905). “Il torrente Picone ed il Piano Regolatore della
città di Bari”, Rassegna tecnica pugliese:
periodico mensile del Collegio degli ingegneri e degli architetti pugliesi, 4(5),
pp. 77–83.
Valente, G. (1905). “Il torrente Picone ed il Piano Regolatore della città
di Bari”, Rassegna tecnica pugliese:
periodico mensile del Collegio degli ingegneri e degli architetti pugliesi, 4(4),
pp. 49–61.
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