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SOUTH RISK

From data collection to monitoring intervention. A southern history

Ecate dal Cielo
Università di Bari Aldo Moro

Vignetta satirica

L’Asso di bastone (Il nuovo corriere), 2 novembre 1926,

crediti: Biblioteca nazionale di Bari Sagarriga Visconti-Volpi.

Ringraziamenti: Roberta Ranieri, Università di Bari Aldo Moro per aver segnalato la vignetta

Neanche il becco di un quattrino. Vito Alberotanza tra (scarso) impegno e satira


Non basta un’alluvione a sommergere il sarcasmo. A Bari, nel novembre del 1926, mentre le strade erano ancora colme di fango, la satira affilava la penna. L’oggetto del dileggio fu Vito Alberotanza, «multimilionario» che, di fronte alla tragedia, ebbe il coraggio di “spogliarsi” di 500 lire a beneficio dei profughi dell’alluvione. Una cifra talmente esigua, rispetto alla gravità della catastrofe e alle possibilità economiche dell’uomo, da meritare la gogna caricaturale. La vignetta, pubblicata sulla rivista “L’asso di bastone”, lo ritrae seduto a un caffè, elegante e impomatato, ma deformato in rapace: il baffo oblungo, il naso a becco; le dita-artigli che arpionano il tavolo e il corpo filiforme stretto in abito nero corvino. Non un benefattore, ma un avvoltoio che si ciba di scena pubblica, esibendo una generosità tanto proclamata quanto insignificante. Il tono sprezzante dell’immagine dice molto più della cifra elargita. Riflette un malessere più profondo: la frattura tra cittadino e città, tra la borghesia che misura il proprio prestigio con «lagrimevoli» coup de théâtre e una comunità che chiede solidarietà reale. La satira inchiodava così Alberotanza a simbolo di un individualismo borghese incapace di farsi bene comune. Nella vignetta non compaiono macerie o alluvioni: c’è solo un caffè, chiuso nella sua eleganza caricata e autoreferenziale. Ma basta varcare con l’immaginazione la soglia del disegno per ricordare che, là fuori, le strade di Bari erano davvero sommerse dal fango e dal silenzio sbigottito di chi aveva perso tutto. È in questo scarto tra interno ed esterno, tra lusso privato e tragedia pubblica, che la satira colpiva più forte. Così, il «settimanale umoristico pupazzettato» – come recava scritto nella testata – si faceva megafono popolare. Alla «carità pelosa di certa gente», una tra le più taglienti penne dedicava la seguente lettera:
Chiarissimo benefattore, la vostra offerta rasenta l’insulto. Vi preghiamo di rimettere in portafogli la sommetta elargita con preghiera di farne miglior uso, comprandovi magari un efficace medicinale ricostituente, perché la vostra salute ne avrà certamente molto sofferto. Abbiate la bontà di non interessarvi di noi e soprattutto di non pensare che una sventura analoga alla nostra possa capitarvi da un giorno all’altro in virtù di quella legge eterna ed immarcescibile che è la Giustizia Divina. Cordialmente. I profughi dell’alluvione.
La satira, in quei giorni amari, fu l’unica corrente che continuò a scorrere liberamente per Bari.

___ Stefano Daniele & Francesco Paolo de Ceglia

Bibliografia

  • Baldassarre, G. & Francescangeli, R. (1987). “Osservazioni e considerazioni sulla inondazione del 6 novembre 1926 in Bari e su un relativo deposito”, Mem. Soc. Geol. It., 37, pp. 7-16.
  • Borri, D., Di Santo, A. & Iacobellis, V. (2022). “Bari: la piena del 1926”, Continuità. Rassegna Tecnica Pugliese, 3-4, pp. 83-88.
  • Mossa, M. (2007). “The Floods in Bari: What History Should Have Taught”, Journal of Hydraulic Research, 45(5), pp. 579-594.
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