SOUTH RISK
From data collection to monitoring intervention. A southern history
La “Casa degli alluvionati” di Bari. Pietra, memoria, propaganda
Sugli architravi di pietra, sopra ogni portale, incisa in maiuscole solenni, la stessa data:
«Alluvione VI novembre
MCMXXVI». Non è soltanto un’iscrizione, ma una ferita nella memoria. Quelle parole accolgono chi
varca gli ingressi del
grande edificio che occupa l’isolato tra via Nicolai, via Martiri d’Otranto e via Don Bosco, nel
quartiere Libertà di
Bari. È la cosiddetta “Casa degli alluvionati”, costruita tra la fine degli anni Venti e i primi
anni Trenta per dare
riparo a chi, tra il 5 e il 6 novembre 1926, aveva perso tutto. Diciannove morti, cinquanta
feriti, interi isolati
allagati: la città si risvegliò nel fango. Tuttavia, la solidarietà si trasformò presto in un
progetto edilizio.
L’Istituto Fascista Autonomo per le case Popolari affidò all’ingegnere Giuseppe Favia la
realizzazione di un grande
condominio destinato ai senza tetto dell’alluvione. Nacque così un blocco imponente, severo,
chiuso in se stesso come
una cittadella: cinque piani, dieci portali, file ordinate di finestre. A spezzarne la rigidità,
quattro smussi d’angolo
con ingressi gemelli, tutti marcati dalla stessa epigrafe: «Alluvione VI novembre MCMXXVI».
L’edificio, dopo quasi un
secolo, conserva ancora intatti i tratti dell’architettura fascista: proporzioni imponenti,
sobrietà geometrica,
simbologia severa. Come l’edicola marmorea che campeggia sulla facciata del fabbricato rivolta
verso l’antica
Manifattura dei tabacchi. Tra due colonne ingrigite, sormontate dallo stemma sabaudo, un’aquila
domina la scena. Sul
lato opposto, una cancellata in ferro introduce a uno spazio aperto: un piccolo giardino
interno. Il verde è però
inquadrato da due fasci littori, scolpiti ai lati del cancello, mentre un filo spinato
attraversa la sommità del varco:
un’immagine involontaria di ciò che fu quell’intervento – un’architettura nata per proteggere,
ma anche per contenere.
Chi varcava quei portali portava ancora negli occhi il ricordo dell’acqua che saliva veloce,
trascinando via tutto. Le
famiglie assegnatarie di quegli alloggi entrarono in case nuove ma nate dal lutto. Ogni
architrave ricordava loro la
data dell’alluvione, scolpita nella pietra come un testimone muto. La “Casa degli
alluvionati” divenne così non solo
rifugio, ma monumento: una risposta di pietra alla minaccia liquida dell’acqua. Eppure, dietro
la retorica del regime
che volle iscrivere il dolore nella forma della monumentalità, resta la verità umana di chi
abitò quei muri: uomini e
donne che avevano imparato sulla propria pelle che a Bari, come in tutta la Puglia, la pioggia
può essere salvezza o
rovina, promessa o condanna.
___Stefano Daniele &
Francesco Paolo de Ceglia