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SOUTH RISK

From data collection to monitoring intervention. A southern history

Ecate dal Cielo
Università di Bari Aldo Moro

“La Casa degli alluvionati”, vista da via Nicolai, angolo via Libertà

Crediti: Roberto Rizzi, Università di Bari Aldo Moro

La “Casa degli alluvionati” di Bari. Pietra, memoria, propaganda


Sugli architravi di pietra, sopra ogni portale, incisa in maiuscole solenni, la stessa data: «Alluvione VI novembre MCMXXVI». Non è soltanto un’iscrizione, ma una ferita nella memoria. Quelle parole accolgono chi varca gli ingressi del grande edificio che occupa l’isolato tra via Nicolai, via Martiri d’Otranto e via Don Bosco, nel quartiere Libertà di Bari. È la cosiddetta “Casa degli alluvionati”, costruita tra la fine degli anni Venti e i primi anni Trenta per dare riparo a chi, tra il 5 e il 6 novembre 1926, aveva perso tutto. Diciannove morti, cinquanta feriti, interi isolati allagati: la città si risvegliò nel fango. Tuttavia, la solidarietà si trasformò presto in un progetto edilizio. L’Istituto Fascista Autonomo per le case Popolari affidò all’ingegnere Giuseppe Favia la realizzazione di un grande condominio destinato ai senza tetto dell’alluvione. Nacque così un blocco imponente, severo, chiuso in se stesso come una cittadella: cinque piani, dieci portali, file ordinate di finestre. A spezzarne la rigidità, quattro smussi d’angolo con ingressi gemelli, tutti marcati dalla stessa epigrafe: «Alluvione VI novembre MCMXXVI». L’edificio, dopo quasi un secolo, conserva ancora intatti i tratti dell’architettura fascista: proporzioni imponenti, sobrietà geometrica, simbologia severa. Come l’edicola marmorea che campeggia sulla facciata del fabbricato rivolta verso l’antica Manifattura dei tabacchi. Tra due colonne ingrigite, sormontate dallo stemma sabaudo, un’aquila domina la scena. Sul lato opposto, una cancellata in ferro introduce a uno spazio aperto: un piccolo giardino interno. Il verde è però inquadrato da due fasci littori, scolpiti ai lati del cancello, mentre un filo spinato attraversa la sommità del varco: un’immagine involontaria di ciò che fu quell’intervento – un’architettura nata per proteggere, ma anche per contenere. Chi varcava quei portali portava ancora negli occhi il ricordo dell’acqua che saliva veloce, trascinando via tutto. Le famiglie assegnatarie di quegli alloggi entrarono in case nuove ma nate dal lutto. Ogni architrave ricordava loro la data dell’alluvione, scolpita nella pietra come un testimone muto. La “Casa degli alluvionati” divenne così non solo rifugio, ma monumento: una risposta di pietra alla minaccia liquida dell’acqua. Eppure, dietro la retorica del regime che volle iscrivere il dolore nella forma della monumentalità, resta la verità umana di chi abitò quei muri: uomini e donne che avevano imparato sulla propria pelle che a Bari, come in tutta la Puglia, la pioggia può essere salvezza o rovina, promessa o condanna.

___Stefano Daniele & Francesco Paolo de Ceglia