Fotografia della Foresta di Mercadante innevata (inverno 2024)
crediti: Lorenzo Sardone, Università di Bari Aldo Moro
SOUTH RISK
From data collection to monitoring intervention. A southern history
La foresta ritrovata. Dalla catastrofe del Picone a Mercadante
Quando la lama Picone ruppe gli argini nel novembre 1926, c’era chi ne ravvisava le cause nel
disboscamento dell’Alta
Murgia. Il ragionamento era semplice: senza alberi il terreno non trattiene l’acqua, e l’acqua
libera precipita verso
valle. Ma per l’ingegnere Pio Alberto Nencha, che scriveva sulla Rassegna Tecnica
Pugliese, quella era una spiegazione
troppo comoda. Le alluvioni, sosteneva, esistevano da sempre; non potevano dipendere solo dalla
rimozione degli alberi.
Il vero colpevole era l’uomo, che si era spinto a costruire case ed edifici in prossimità del
torrente. La polemica non
era accademica. Perché il disboscamento non fu un accidente naturale, ma il risultato di scelte
politiche ed economiche
che, dal Basso Medioevo in poi, avevano trasformato la Murgia in un grande laboratorio di
sfruttamento agricolo. Prima
la pastorizia, con pascoli che consumavano la biomassa e il suolo; poi la cerealicoltura
estensiva, che estirpava la
macchia per lasciare il terreno nudo gran parte dell’anno. A metà Ottocento il paesaggio
appariva già impoverito, e nel
1913, alla voce «Boschi e castagneti» le statistiche nazionali non registravano alcun dato per
la superficie forestale.
Gli effetti furono evidenti: erosione dei versanti, ridotta permeabilità del suolo,
ruscellamento violento, alternanza
di siccità e piene improvvise. La legge forestale del 1877 lo aveva già previsto, vincolando al
mantenimento boschi e
terre spogliate di piante proprio per evitare frane, smottamenti e inondazioni. Ma vincoli e
prescrizioni rimasero sulla
carta. Così, dopo la catastrofe del 1926, si corse ai ripari con la forestazione dell’alto
bacino del Picone: nacque la
foresta di Mercadante, una grande opera di ingegneria naturalistica prima ancora che
paesaggistica. Un atto di
riparazione tardivo, certo, ma rivelatore: se gli alberi erano stati secati da secoli di
agricoltura estensiva, ora
diventavano la cinta verde con cui difendere la città. L’alluvione mostrava così la sua lezione
amara: non è una natura
leopardiana, da sola, a produrre disastri. Sono le trasformazioni storiche, politiche e sociali
che creano la
vulnerabilità. E ogni albero germogliato a Mercadante è, in fondo, un’ammissione di colpa.
___Stefano Daniele & Francesco Paolo de
Ceglia
Bibliografia