Piove sul bagnato. 2005: Rischio idrico, resilienza e memoria del futuro.
Per decenni, dopo l’alluvione del 1926, Bari conobbe una lunga tregua. Solo nel 1957 un episodio
di piena, modesto ma
significativo, ricordò alla città che l’acqua può tornare a rompere gli steccati. Intanto, però,
la città cambiava
volto: le campagne venivano urbanizzate, le lame coperte o ingabbiate nel cemento, il suolo reso
impermeabile da strade,
ferrovie, edifici. Dagli anni Trenta al Duemila, gli studi sull’uso del suolo nel bacino del
Picone hanno mostrato un
andamento altalenante: la superficie forestale, in crescita fino al 1990, iniziò poi a ridursi;
le aree urbanizzate,
invece, aumentarono ininterrottamente. Gli effetti si videro nel 2005. Tra il 22 e il 23
ottobre, in poche ore,
precipitò una quantità d’acqua eccezionale: sei vittime, decine di feriti, collegamenti
ferroviari e stradali divelti,
campagne devastate. Le immagini dell’alluvione restituirono un paesaggio già visto, eppure
nuovo: ponti crollati, strade
inghiottite, un treno deragliato nella lama Scappagrano, lo stesso bacino che un tempo
alimentava il Picone. Le indagini
successive rivelarono una verità complessa. Le opere realizzate dopo il 1926 – come il canale
deviatore della lama
Lamasinata e la forestazione di Mercadante – avevano funzionato: la piena non travolse il centro
di Bari. Ma ciò che
andò in crisi fu la periferia, dove il reticolo idrografico si intrecciava con le infrastrutture
moderne. I punti di
frizione fra fiumi e strade, fra acque e ferro, si moltiplicarono. A Cassano delle Murge il
crollo di un terrapieno
stradale causò cinque morti; tra Acquaviva e Sannicandro, un Eurostar deragliò dopo il cedimento
di un rilevato
ferroviario. L’alluvione del 2005 ricordò con brutalità che la geologia non si cancella con un
progetto edilizio. I
bacini naturali, se ignorati, ritornano a farsi sentire. Eppure, quell’evento portò anche una
lezione positiva. Le opere
di difesa del secolo scorso dimostrarono che la prevenzione funziona quando all’ingegneria
unisce la cura del paesaggio.
Le nuove mappe del rischio idraulico, le tecniche di modellazione e il ritorno a una
pianificazione più consapevole
segnano oggi un cambio di passo. La storia dell’acqua a Bari, dunque, non è solo memoria di
disastri, ma esercizio di
responsabilità. L’alluvione del 2005 ha mostrato quanto fragile resti il confine, ma anche
quanto pervicace possa essere
la memoria. Perché comprendere il passato è forse l’unico modo per abitare con intelligenza il
futuro. E il futuro,
oggi, chiede di trasformare quella memoria in conoscenza attiva. Le ricerche più recenti sul
rischio ambientale e sulla
storia delle istituzioni scientifiche del Mezzogiorno – come quelle alla base del progetto South
Risk. From Data
Collection to Monitoring Interventions and Risk Prevention. A Southern History – mostrano che
comprendere i fenomeni
naturali significa anche comprendere la società che li abita. Le lame, le foreste, i canali non
sono solo eredità
geologiche, ma indicatori di un rapporto da ricostruire tra uomo e ambiente, tra cittadini e
istituzioni. La sfida è
unire la scienza e la memoria, la previsione e la cura: adottare politiche sostenibili, formare
consapevolezza,
costruire comunità resilienti. In fondo, le città sopravvivono non perché resistono all’acqua,
ma perché imparano a
convivere con essa. Ma il clima, intanto, sta cambiando. Ondate di calore, piogge improvvise, la
tropicalizzazione del
Mediterraneo richiedono nuove forme di adattamento. Il compito non è più soltanto difendersi
dall’acqua, ma ripensare il
modo in cui si abita la terra: edifici, scuole, infrastrutture e paesaggi devono essere
riprogettati per resistere, ma
anche per reagire al cambiamento. Lo stesso vale per l’agricoltura – un tempo misura della
prosperità pugliese, oggi tra
i settori più vulnerabili al nuovo regime climatico. Siccità prolungate, piogge irregolari,
salinizzazione dei suoli
stanno trasformando colture, pratiche e economie. La sfida non è solo proteggere i campi dalle
piene, ma renderli
flessibili alla scarsità, ridisegnare l’irrigazione, ristabilire un equilibrio ecologico fondato
sull’innovazione e non
dimentico del passato. Gli studi più recenti sulla resilienza del patrimonio edilizio e rurale
mediterraneo mostrano che
la sicurezza futura dipenderà non solo dall’efficienza tecnica, ma dalla consapevolezza
collettiva. Comprendere la
storia dell’acqua, in questo senso, non è un atto di ricordo, ma di lungimiranza. Perché le
città – e le terre che le
nutrono – sopravvivono non solo resistendo all’acqua, ma imparando, finalmente, a convivere con
essa.
___Stefano Daniele & Francesco Paolo de
Ceglia
Bibliografia
Gentile, F., Spanò, M. & Ricci, G.F. (2018). “Il reticolo effimero delle
lame e il rischio idraulico della città di
Bari”, Geologia dell’Ambiente, 2, pp. 18-25.
Bisantino, T. et al. (2016). “Analysis of the Flooding Event of October
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Bari (Southern Italy)”, Journal of Agricultural Engineering, 47(4), pp. 197-204.
Moretti, M. (2005). “Le alluvioni nel settore adriatico delle Murge (Terra
di Bari). Cause geologiche e ruolo
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