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SOUTH RISK

From data collection to monitoring intervention. A southern history

Ecate dal Cielo
Università di Bari Aldo Moro

Il crollo del rilevato ferroviario nella lama Scappagrano


Gentile, F., Spanò, M. & Ricci, G.F. (2018). “Il reticolo effimero delle lame e il rischio idraulico della città di Bari”, Geologia dell’Ambiente, 2, p. 22

Piove sul bagnato. 2005: Rischio idrico, resilienza e memoria del futuro.


Per decenni, dopo l’alluvione del 1926, Bari conobbe una lunga tregua. Solo nel 1957 un episodio di piena, modesto ma significativo, ricordò alla città che l’acqua può tornare a rompere gli steccati. Intanto, però, la città cambiava volto: le campagne venivano urbanizzate, le lame coperte o ingabbiate nel cemento, il suolo reso impermeabile da strade, ferrovie, edifici. Dagli anni Trenta al Duemila, gli studi sull’uso del suolo nel bacino del Picone hanno mostrato un andamento altalenante: la superficie forestale, in crescita fino al 1990, iniziò poi a ridursi; le aree urbanizzate, invece, aumentarono ininterrottamente. Gli effetti si videro nel 2005. Tra il 22 e il 23 ottobre, in poche ore, precipitò una quantità d’acqua eccezionale: sei vittime, decine di feriti, collegamenti ferroviari e stradali divelti, campagne devastate. Le immagini dell’alluvione restituirono un paesaggio già visto, eppure nuovo: ponti crollati, strade inghiottite, un treno deragliato nella lama Scappagrano, lo stesso bacino che un tempo alimentava il Picone. Le indagini successive rivelarono una verità complessa. Le opere realizzate dopo il 1926 – come il canale deviatore della lama Lamasinata e la forestazione di Mercadante – avevano funzionato: la piena non travolse il centro di Bari. Ma ciò che andò in crisi fu la periferia, dove il reticolo idrografico si intrecciava con le infrastrutture moderne. I punti di frizione fra fiumi e strade, fra acque e ferro, si moltiplicarono. A Cassano delle Murge il crollo di un terrapieno stradale causò cinque morti; tra Acquaviva e Sannicandro, un Eurostar deragliò dopo il cedimento di un rilevato ferroviario. L’alluvione del 2005 ricordò con brutalità che la geologia non si cancella con un progetto edilizio. I bacini naturali, se ignorati, ritornano a farsi sentire. Eppure, quell’evento portò anche una lezione positiva. Le opere di difesa del secolo scorso dimostrarono che la prevenzione funziona quando all’ingegneria unisce la cura del paesaggio. Le nuove mappe del rischio idraulico, le tecniche di modellazione e il ritorno a una pianificazione più consapevole segnano oggi un cambio di passo. La storia dell’acqua a Bari, dunque, non è solo memoria di disastri, ma esercizio di responsabilità. L’alluvione del 2005 ha mostrato quanto fragile resti il confine, ma anche quanto pervicace possa essere la memoria. Perché comprendere il passato è forse l’unico modo per abitare con intelligenza il futuro. E il futuro, oggi, chiede di trasformare quella memoria in conoscenza attiva. Le ricerche più recenti sul rischio ambientale e sulla storia delle istituzioni scientifiche del Mezzogiorno – come quelle alla base del progetto South Risk. From Data Collection to Monitoring Interventions and Risk Prevention. A Southern History – mostrano che comprendere i fenomeni naturali significa anche comprendere la società che li abita. Le lame, le foreste, i canali non sono solo eredità geologiche, ma indicatori di un rapporto da ricostruire tra uomo e ambiente, tra cittadini e istituzioni. La sfida è unire la scienza e la memoria, la previsione e la cura: adottare politiche sostenibili, formare consapevolezza, costruire comunità resilienti. In fondo, le città sopravvivono non perché resistono all’acqua, ma perché imparano a convivere con essa. Ma il clima, intanto, sta cambiando. Ondate di calore, piogge improvvise, la tropicalizzazione del Mediterraneo richiedono nuove forme di adattamento. Il compito non è più soltanto difendersi dall’acqua, ma ripensare il modo in cui si abita la terra: edifici, scuole, infrastrutture e paesaggi devono essere riprogettati per resistere, ma anche per reagire al cambiamento. Lo stesso vale per l’agricoltura – un tempo misura della prosperità pugliese, oggi tra i settori più vulnerabili al nuovo regime climatico. Siccità prolungate, piogge irregolari, salinizzazione dei suoli stanno trasformando colture, pratiche e economie. La sfida non è solo proteggere i campi dalle piene, ma renderli flessibili alla scarsità, ridisegnare l’irrigazione, ristabilire un equilibrio ecologico fondato sull’innovazione e non dimentico del passato. Gli studi più recenti sulla resilienza del patrimonio edilizio e rurale mediterraneo mostrano che la sicurezza futura dipenderà non solo dall’efficienza tecnica, ma dalla consapevolezza collettiva. Comprendere la storia dell’acqua, in questo senso, non è un atto di ricordo, ma di lungimiranza. Perché le città – e le terre che le nutrono – sopravvivono non solo resistendo all’acqua, ma imparando, finalmente, a convivere con essa.

___Stefano Daniele & Francesco Paolo de Ceglia

Bibliografia

  • Gentile, F., Spanò, M. & Ricci, G.F. (2018). “Il reticolo effimero delle lame e il rischio idraulico della città di Bari”, Geologia dell’Ambiente, 2, pp. 18-25.
  • Bisantino, T. et al. (2016). “Analysis of the Flooding Event of October 22-23, 2005 in a Small Basin in the Province of Bari (Southern Italy)”, Journal of Agricultural Engineering, 47(4), pp. 197-204.
  • Moretti, M. (2005). “Le alluvioni nel settore adriatico delle Murge (Terra di Bari). Cause geologiche e ruolo dell’azione antropica”, Geologi e Territorio, 3, pp.11-22.
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